Il divieto del Patto di Quota Lite nella storia

Il divieto del patto di quota lite era in vigore fin dai tempi del diritto romano.

Ulpiano ricorda, infatti, come fosse cosa lodevole per il difensore anticipare le spese di lite per poi ripeterle dal cliente, mentre non gli era permesso pattuire la corresponsione della metà dell’oggetto della lite.

Anche nel diritto intermedio tale divieto era sancito, perché una pattuizione di tal genere era considerata contra bonus mores.

Nelle legislazioni preunitarie, come ricorda Francesco Gasparri nel suo Brevi considerazioni sui fondamenti del divieto di patto di quote lite (Gius. Civ. 1998, 12, 3207) era persino considerato un reato; questo perché la commistione di interessi che il patto può creare ha sempre suscitato spavento e perché si è sempre temuto che i professionisti “abusino del bisogno che si può avere del loro ministero per far così abbandonare una certa parte del credito” (come scrivevano Diderot e D’Alembert nel 1780).

Il codice penale del Regno delle Due Sicilie (art. 207), il Parmense (art. 1853), il Sardo (art. 309), il Toscano (art. 197), l’Estense (art. 187), a conferma della rilevanza pubblicistica del divieto del patto di quota lite, punivano il difensore che, approfittando dello stato di soggezione del proprio cliente, aveva preteso un compenso economicamente troppo oneroso.

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