Il divieto del Patto di Quota Lite nel diritto italiano fino al 2006

La dottrina ha evidenziato fin da subito l’esistenza di uno stretto rapporto tra il divieto di cui al terzo comma dell’art. 2233 c.c. e quello più generale statuito dal primo comma dell’art. 1261 c.c., norma quest’ultima che dettava il divieto gravante su determinate categorie professionali, tra cui figuravano anche gli avvocati, di rendersi cessionari di diritti “sui quali è sorta contestazione davanti all’autorità giudiziaria di cui fanno parte o nella cui giurisdizione esercitano le loro funzioni, sotto pena di nullità e dei danni”, concludendo che tra le due fattispecie si poteva configurare un rapporto da taluni definito “di corrispondenza” e da altri “di specificazione”, fermo restando che in ogni caso entrambe erano animate dalla medesima ragione giustificatrice, ossia di evitare che l’avvocato potesse trarre occasione dalla lite per speculare profitti spropositati abusando della fiducia (si vedano sul punto: A. Perulli, Il lavoro autonomo, contratto d’opera e professioni intellettuali, in Trattato di diritto civile e commerciale, diretto da Cicu e Messineo – Mengoni, Milano, 1996, XXVII, I, 684; F. Gasbarri, Brevi considerazioni sui fondamenti del divieto di “patto di quota lite”, in Giustizia Civile, 1998, I, 3207).
Più precisamente, il divieto in parola trovava il suo fondamento nell’esigenza di tutelare, da un lato, l’interesse del cliente e, dall’altro, la dignità e la moralità della professione forense, che sarebbero state inevitabilmente pregiudicate “tutte le volte in cui, nella convenzione concernente il compenso fosse, comunque, ravvisabile la partecipazione del professionista agli interessi economici finali ed esterni alla prestazione, giudiziale o stragiudiziale, richiestagli” (Cass. Civ., 19 novembre 1997, n. 11485).
Il preambolo del codice deontologico forense evidenzia che l’avvocato deve svolgere “la propria attività in piena libertà, autonomia ed indipendenza, per tutelare i diritti e gli interessi della persona, assicurando la conoscenza delle leggi e contribuendo in tal modo all’attuazione dell’ordinamento per i fini della giustizia”. In dottrina si parla spesso del c.d. ”principio di estraneità” del rapporto tra professionista e cliente.
Il divieto di patto di quota lite, nel nostro ordinamento, rappresentava una norma eccezionale, prevista solo per gli avvocati e i patrocinatori e non per le altre categorie di liberi professionisti: si trattava di una vera e propria eccezione al principio generale di libertà negoziale, come tale non derogabile.

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