Abolizione del divieto di Patto di Quota Lite dal 2006

L’art. 2, primo comma, lett. a) della legge n. 248/2006, di conversione del c.d. “decreto Bersani” (D.L. 4 luglio 2006, n. 223), dispone: “sono abrogate le disposizioni legislative e regolamentari che prevedono (…) il divieto di pattuire compensi parametrati al raggiungimento degli obiettivi perseguiti”. Tale divieto non sussiste inoltre  nel caso in cui il patto sia afferente ad una prestazione di natura stragiudiziale, dal momento che in tale situazione sarebbero assenti disposizioni di segno contrario quali, appunto, l’art. 2233, terzo comma, allo stato attuale cancellato dal codice civile, e l’art. 1261 c.c. che concerne propriamente i beni e i crediti “litigiosi”.
La predetta legge ha disposto inoltre che il terzo comma dell’art. 2233 c.c. sia sostituito dal seguente: “Sono nulli, se non redatti in forma scritta, i patti conclusi tra gli avvocati ed i praticanti abilitati con i loro clienti che stabiliscono i compensi professionali”.
La disposizione non ha soppresso direttamente ed espressamente il divieto del patto di quota lite; essa si riferisce infatti in generale ai patti sui compensi. Tuttavia, la sostituzione del terzo comma dell’art. 2233 c.c. implica che viene meno il divieto esplicito e preciso concernente i patti “relativi a beni che formano oggetto della controversia”.
La nuova disciplina non ha invece toccato l’art. 1261 del codice civile, che vieta anche ad avvocati e patrocinatori di “rendersi cessionari di diritti sui quali è sorta contestazione davanti all’autorità giudiziaria (…) nella cui giurisdizione esercitano le loro funzioni, sotto pena di nullità e dei danni”.
I patti con cui si cedono diritti dal cliente all’avvocato suo difensore sono dunque nulli e rimangono tali anche a seguito della entrata in vigore della nuova disciplina.

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